Lingue di sabbia che si protendono nel mare. Laghetti incastonati tra le dune o circondati dai canneti. Costoni rocciosi strapiombanti, ricoperti dalla macchia mediterranea, che si riflettono negli specchi d’acqua. Un’oasi di pace, avvolta in un silenzio maestoso, rotto soltanto dai versi striduli dei gabbiani. Marinello è uno dei luoghi paesaggisticamente e naturalisticamente più particolari dell’intera Sicilia. Un ecosistema unico, per la coesistenza, a pochi metri di distanza, di acqua dolce e salata, per la varietà della flora (57 specie diverse, alcune endemiche) e della fauna (uccelli migratori e molluschi in via d’estinzione). Uno dei pochissimi tratti della costa tirrenica salvati dalla speculazione edilizia, dalla costruzione di strade carrozzabili litoranee e dall’apertura di lidi balneari.

L’istituzione della Riserva naturale avrebbe potuto rappresentare un ottimo strumento per la salvaguardia e la valorizzazione della zona. Ma, in realtà, si è trasformata in un’occasione mancata, in un fallimento su tutti i fronti. Incuria, abbandono, totale assenza di controlli e di interventi di miglioramento. Questa è stata la linea di gestione scelta, e tenacemente perseguita negli anni, dalla Provincia di Messina, cui l’area protetta è stata affidata dalla Regione.
A Marinello, i guardia-parco non mettono mai piede. Memorabile una delle rare volte in cui furono avvistati in zona: quando furono intervistati, in occasione della trasmissione televisiva “Linea Blu”. O quando, l'anno scorso, è stato trovato un delfino morto, arenato sulla spiaggia. Il grande pesce, probabilmente ucciso da una chiazza di catrame con la quale era venuto a contatto, giaceva in putrefazione da più giorni, ricoperto dai vermi. Le guardie, avvertite dalla gente, sono state costrette a entrare nella riserva per un sopralluogo. Ma, anziché spostarsi a piedi, con mezzi elettrici o non inquinanti, come impone il regolamento, si aggiravano con le loro Fiat Punto bianche in mezzo alle dune, uscivano fuori dalle piste in terra battuta e sfrecciavano lungo le rive dei laghetti.
A Marinello, quindi, nessuno controlla sul rispetto delle norme che dovrebbero tutelare piante e animali. Dal divieto di accendere fuochi, a quello di bivacco, da quello di danneggiare la vegetazione, a quello di raccogliere molluschi e di pescare nei laghetti. In tutta la riserva, non esiste neanche un cestino per la raccolta dei rifiuti. E, così, la spazzatura viene gettata, dai tanti, incivili, visitatori, sulla spiaggia o negli anfratti rocciosi. Il servizio di pulizia è occasionale e quasi inesistente. Ma i maggiori attacchi alla riserva arrivano dal mare. Dai tantissimi motoscafi e yacht che, illegalmente, entrano nella fascia di protezione di duecento metri della costa, interdetta alla navigazione. Si spingono, a motore acceso, fino alla riva. E, spesso, gettano le ancore all’interno dell’insenatura naturale, come se si trovassero in un porticciolo turistico. Inevitabili sono i rischi per la sicurezza dei bagnanti e i danni alla qualità dell’acqua. Le pattuglie della Guardia Costiera, che dovrebbero effettuare i controlli, si tengono ben lontane dalle acque di Marinello. Una possibile soluzione, già adottata in altre riserve, sarebbe la collocazione di boe segnaletiche, ai margini dell'area non navigabile. Se l’ecosistema della riserva riesce a sopravvivere e la zona appare ancora sostanzialmente incontaminata, lo si deve soltanto alla resistenza e alla forza auto-rigenerante della natura. Alla grande estensione della spiaggia rispetto al numero dei visitatori e al fatto che, trascorsi i mesi estivi, la frequentazione umana della zona è quasi nulla.
Ma l’inerzia della Provincia non si limita ai controlli. Non è stato fatto alcun intervento per migliorare l’accessibilità e la fruibilità della riserva. Anzi, l’unico segno dell’esistenza di un’area protetta è un cartellone in legno, posto all’ingresso, con un sommario elenco delle norme da rispettare e un’approssimativa mappa dei percorsi. Non esiste nessun centro visite, che potrebbe dare informazioni, distribuire cartine, organizzare visite guidate. Non è stato sistemato nessun cartello a segnalare i vari laghetti. Nessun pannello a descrivere la flora e la fauna presenti.
Il sentiero più interessante, chiamato “Antigone”, che porta a Tindari, è ormai praticamente scomparso, ricoperto dalla vegetazione. Se ne riconosce solo l’imbocco, poco oltre l’ultimo specchio d’acqua. Da qui, è necessario arrampicarsi a vista, tra i fichi d’India, le agavi dai giganteschi fiori e la fittissima macchia mediterranea. In breve si raggiunge un poggio a strapiombo sul mare. Siamo a capo Tindari, il più bel punto d’osservazione sui laghetti, con la vista che spazia su tutto il golfo di Patti, da capo Milazzo a capo Calavà, con al centro le isole Eolie e, alle spalle, il Santuario della Madonna Nera. La stradina continua a salire. All’improvviso, tra i cespugli di ginestre, compaiono la gradinata del teatro greco-romano e gli archi della Basilica. Ma, raggiunta la recinzione della zona archeologica, il sentiero finisce in una proprietà privata e non è più percorribile. Si è costretti, così, a tornare indietro. Basterebbe realizzare una variante di poche centinaia di metri, per collegarlo con la strada di Tindari. Giunti sulla vetta del promontorio, dopo aver visitato le rovine della città antica, i visitatori potrebbero ridiscendere anche da una strada alternativa, la “Coda di volpe”. Un percorso meno spettacolare, ma facile da seguire, anche se non segnalato da cartelli, che va dalle spalle del Santuario a Oliveri, a pochi passi da Marinello.

Scavalcando, invece, il poggio di capo Tindari e proseguendo verso il basso sull’altro versante, si potrebbe raggiungere la Grotta della fata Donna Villa, che si apre a picco sul mare, tra rupi scoscese. Ma un sentiero per arrivarci non è mai stato realizzato e orientarsi a occhio non è affatto facile. Ancora più difficile, in mancanza di guide specializzate, è addentrarsi nelle sue quattro cavità, caratterizzate da stalattiti e stalagmiti.
L’unico modo per salvare la riserva dall’incuria, potrebbe essere quello di sottrarne la gestione alla Provincia, che si è dimostrata incapace di un qualsiasi intervento, per mancanza di mezzi, di volontà, o di capacità. E affidarlo a un altro ente, come l’Azienda regionale foreste demaniali, che gestisce con serietà e buoni risultati altre aree protette siciliane. O, in alternativa, a un’associazione ambientalista che proponga un vero piano di recupero e rilancio. Anche, se necessario, recintando l’area e introducendo un biglietto d’ingresso (ridotto o gratuito per i residenti nei comuni vicini). Un modesto contributo in denaro, i cui incassi andrebbero utilizzati per sopperire alla cronica carenza di finanziamenti. Una soluzione che è stata adottata con successo in altre riserve della Sicilia. Si potrebbe pensare anche, dopo aver sistemato i sentieri, a un ticket unico, a prezzo scontato, per la riserva e la zona archeologica di Tyndaris. Valorizzando, così, il binomio arte-natura, che è la vera specialità della zona.

Purtroppo, negli ultimi anni, i laghetti e le distese di sabbia si stanno, progressivamente, riducendo di dimensioni. E, secondo gli esperti, c’è il rischio che, un giorno, possano addirittura scomparire. A causa delle variazioni di marea, dell’erosione, dell’evaporazione. E, soprattutto, del continuo prelevamento di sabbia dal torrente Timeto, utilizzata nell’edilizia. La massiccia attività estrattiva, infatti, riduce notevolmente i sedimenti e i detriti naturali che il corso d’acqua porta a mare e che, normalmente, andrebbero ad arricchire la laguna di Marinello.
Per salvare questo ecosistema unico, quindi, non basterà neanche una migliore gestione della riserva. Ma è necessario bloccare, una volta per tutte, lo sfruttamento incontrollato dei fiumi e la cementificazione del territorio (vedi "Così muoiono i Laghetti di Marinello").
Confronto con lo stato della spiaggia nel 2007.
I controlli sul rispetto delle norme in vigore nella riserva continuano a essere sostanzialmente inesistenti. In particolare, le imbarcazioni non rispettano la distanza minima dalla costa e raggiungono a motore acceso la battigia. Si pratica, talora, la pesca abusiva nei laghetti. In mancanza di cestini, i visitatori gettano i rifiuti dappertutto. Le stradine in terra battuta che portano sul colle di Tindari sono sempre più abbandonate. In particolare, il sentiero "Antigone" è sostanzialmente scomparso.
Le operazioni di pulizia, invece, sono migliori e più frequenti, anche se non vengono mai rimossi alcuni accumuli di rifiuti di dimensioni medio-grandi,ormai diventati permanenti. Ma continuano gli accessi all'area protetta con mezzi a motore, da parte degli stessi addetti alle pulizie e del personale della riserva.
Tutti i visitatori che si accorgano di violazioni delle norme per la tutela della flora e della fauna nella riserva, sono invitati a segnalarle al servizio di sorveglianza, ai numeri: 090/9843454, 349/2401644, 349/2401645.
Come si raggiunge: Autostrada A/20 Messina-Palermo, uscita Falcone. S.S. 113 direzione Palermo. Seguire le indicazioni per Oliveri e, arrivati nel centro abitato, per i Laghetti di Marinello.
Galleria fotografica Riserva dei laghetti di Marinello
Marina di Patti