Wednesday, September 08, 2010   
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Notizie » Pericolo amianto in città  
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Ogni anno l’amianto uccide più di mille persone in tutta Italia. Il picco è atteso nel 2025. Entro quella data, le morti potrebbero arrivare a venti-trenta mila. A causa di gravi malattie ai polmoni, dal mesotelioma, un tumore maligno della pleura, all’asbestosi al carcinoma polmonare.

Da quindici anni la sostanza-killer è stata bandita dal nostro Paese. Come in tutta l’Unione europea, ne è stata vietata la produzione, la commercializzazione e l’importazione (legge 27 marzo 1992, n.257). I dirigenti delle industrie che lo utilizzavano come isolante, in particolare negli impianti petrolchimici e nei cantieri navali, sono finiti sul banco degli imputati per le morti di tanti loro operai. Molti sono stati assolti, perché, secondo la magistratura, ai tempi non erano al corrente della pericolosità dell’amianto. Alcuni di loro, invece, sono stati condannati.

Ma di tutto questo, a Patti, sembra non sia arrivata neanche una lontana eco. Qui, il pericolo principale si chiama eternit (o cemento-amianto). Impiegato massicciamente nelle abitazioni, nei capannoni e nei depositi agricoli, fin dagli anni Cinquanta. Soprattutto per le coperture ondulate, le tubature, le grondaie, le cisterne per l’acqua e le canne fumarie.

Generazioni di Pattesi sono cresciute a contatto con l’eternit, che, ancor oggi, è presente in vari punti della città, nelle frazioni e nelle campagne. Sono in cemento-amianto, addirittura, anche alcune strutture di proprietà pubblica, in pieno centro abitato, come le coperture dei murales, lungo tutta via Orti, e il tetto del vecchio palazzetto dello Sport. Si tratta di strutture ormai in via di degrado. Le prime non sono mai state sottoposte a interventi di manutenzione. Il secondo, invece, non verrà, presumibilmente, mai riparato, dal momento che il palazzetto non viene più utilizzato da tempo, dopo la costruzione delle nuove attrezzature sportive di Mongiove e Case Nuove. Nella stessa situazione si trovano i tetti di altri edifici in disuso, come l'ex scuola elementare di Moreri o l'ex macello di via Roccone.
I rischi che derivano dalla presenza dell’eternit sono ampiamente sottovalutati, se non ignorati. In effetti, il materiale è innocuo fin quando viene mantenuto in perfette condizioni. Ma, non appena comincia a usurarsi o sbriciolarsi, libera delle fibre cancerogene, che possono essere facilmente inalate attraverso la respirazione.

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Anche un’esposizione di breve durata può portare al mesotelioma. E non si può mai avere la certezza di non essere stati contaminati. I tempi entro cui la malattia si sviluppa, infatti, sono molto lunghi e possono arrivare fino a quarant’anni. E’, invece, molto rapido, inferiore a un anno, il sopraggiungere della morte dal momento della scoperta della malattia. E, al momento, non sono state individuate terapie efficaci.
Dato che la produzione di eternit è vietata dal 1992, tutti i manufatti sparsi per Patti hanno almeno quindici anni di età. Essendo esposti costantemente alla pioggia e al vento, la loro erosione è inevitabile. Per non parlare di quelli in stato di totale abbandono, come le tante coperture su cui ormai cresce la vegetazione selvatica.

La legge (D.M. 6 settembre 1994) prevede diverse opzioni per ridurre i rischi legati al cemento-amianto. Come la realizzazione di una sovracopertura, da installare al di sopra di quella in eternit.  L’incapsulamento, attraverso prodotti impregnanti, che penetrano nel materiale, legando le fibre di amianto tra loro e con la matrice cementizia, e prodotti ricoprenti, che formano una spessa membrana sulla superficie del manufatto. O, infine, il rimedio più radicale, la completa rimozione. Tutti e tre gli interventi possono essere realizzati solo da ditte specializzate, iscritte all’Albo nazionale delle imprese autorizzate alla raccolta e al trasporto di rifiuti speciali. La legge regolamenta minuziosamente tutte le fasi delle operazioni. Per evitare che l’eternit venga involontariamente danneggiato, liberando particelle cancerogene, col pericolo di contaminare l’ambiente e di arrecare danni alla salute degli operai che lo maneggiano. Per i quali, infatti, sono previste speciali misure di protezione e corsi di formazione professionale. Per evitare costi elevati, tempi lunghi e complicazioni varie, pochissimi (se non nessuno) hanno pensato, a Patti, di realizzare sovracoperture o incapsulamenti. Molti, invece, scelgono la rimozione. Tra di loro, però, pochi si rivolgono alle imprese specializzate, le uniche autorizzate a rimuovere l’eternit e a portarlo negli appositi siti per lo smaltimento dei rifiuti speciali.

E, così, tantissimi manufatti in cemento-amianto sono finiti e finiscono gettati nelle discariche abusive, come quelle lungo il torrente Timeto, o sotterrate da qualche parte. Ci sono, addirittura, dei  privati che, per denaro o per ignoranza dei rischi, mettono i loro terreni a disposizione di chi vuole far scomparire rifiuti in eternit. E, ovviamente, gli operai che si occupano dello smaltimento sono privi di qualunque protezione, non osservano alcuna precauzione e non hanno nessuna competenza su come maneggiare i manufatti.

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Ma la responsabilità della situazione non è solo dei cittadini e delle imprese. La legge, infatti, prevede un censimento degli edifici nei quali sia presente amianto, obbligatorio per  le strutture di proprietà pubblica, per quelle aperte al pubblico o di utilizzazione collettiva e per i condomini,  facoltativo per le abitazioni singole (articoli 10 e 12 della L. 27 marzo 1992, n. 257 e art. 12 del D.P.R. 8 agosto 1994). La Regione Sicilia recepisce la normativa nazionale nel 1995, con il “Piano regionale di protezione dell’ambiente, decontaminazione, smaltimento e bonifica”.  I proprietari sono obbligati a segnalare l’amianto all’Asl (compilando e inviando una "scheda di autonotifica"). L’azienda sanitaria locale deve istituire un registro, nel quale raccogliere le segnalazioni. Analizzare i materiali sospetti, per accertare se sia possibile metterli in sicurezza o se, invece, sia necessario eliminarli. L’eventuale rimozione dovrà essere ordinata dalla Regione, e il costo dell’operazione sarà a carico dei proprietari. Partecipare al censimento è obbligatorio. Ma non lo fa quasi nessuno, nonostante sia prevista una sanzione da 2.582 a 5.160 euro. E se i privati possono essere giustificati dalla quasi totale assenza d’informazione, sono, invece, gravissime le responsabilità degli enti pubblici.  Il piano regionale prevede, inoltre, un censimento di tutte le imprese, i cui lavoratori possano venire a contatto con l’amianto. Da quelle impegnate nello smaltimento dei rifiuti a quelle edili, spesso coinvolte nella ristrutturazione o nella demolizione di edifici contenenti il pericoloso materiale. L’obbligo della segnalazione grava sul titolare della ditta. Ma, anche questa volta, è largamente ignorato.
I due censimenti hanno un’importanza fondamentale. La loro incompleta realizzazione, infatti, impedisce l’adeguata valutazione dei rischi e l’attuazione di efficaci interventi di bonifica.
La Regione, inoltre, si impegna a controllare, attraverso le Asl, le condizioni di salubrità ambientale e di sicurezza sui luoghi di lavoro. Ad assegnare alle aziende sanitarie locali le risorse finanziarie per dotarsi degli strumenti necessari alla prevenzione e ai controlli sui siti a rischio e sui soggetti esposti. A organizzare specifici corsi di formazione professionale, per il rilascio di titoli di abilitazione per gli addetti alle attività di rimozione, smaltimento e bonifica dell’amianto. E, infine, a controllare tutte le operazioni di eliminazione dei rifiuti contenenti amianto, individuando anche delle apposite discariche. Ma, a Patti, come in tante altre città della Sicilia, il piano regionale è rimasto sulla carta, tra ritardi e inerzia delle istituzioni, scarso senso civico dei privati, disinformazione, assenza di controlli e di sanzioni.

Un oggettivo ostacolo al rispetto della legge è rappresentato dagli elevati costi di rimozione dell’amianto. Per questo, un piano di incentivi potrebbe rivelarsi ben più efficaci della semplice repressione. E’questa la strada scelta da vari comuni italiani, i quali firmano dei protocolli d’intesa con Asl e Arpa (agenzia regionale per la protezione dell’ambiente). Censiscono i principali siti in cui è presente l’amianto e predispongono un piano di bonifica. Infine, costituiscono degli elenchi di imprese specializzate nello smaltimento, che si impegnano a fornire i propri servizi a prezzi calmierati e, nel caso di manufatti di piccole dimensioni (fioriere, lastre di eternit non ingombranti, pannelli per stufe, ecc.), addirittura gratuitamente. L’adesione dei cittadini alla bonifica è volontaria, ma incoraggiata sia dalla riduzione dei costi, sia dal rischio di essere sottoposti ai programmati controlli sullo stato di conservazione dei manufatti censiti. I protocolli d’intesa potrebbero essere accompagnati da sconti fiscali, a livello locale o nazionale, e da una vasta campagna informativa rivolta alla cittadinanza, sui pericoli derivanti dall'amianto e sui modi per eliminarlo.

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Per la normativa nazionale completa sull’amianto, www.ipocm.ministerosalute.it/dettaglio/phPrimoPiano. Per quella regionale,http://www.regione.sicilia.it/presidenza/ucomrifiuti/amiantoweb/home.htm. Per i rischi per la salute, oltre ai due siti precedenti, www.airc.it/tumori/tumore-al-polmone-mesotelioma.     


30 MAGGIO 2007


Gianmarco Santospirito


(ha collaborato Oscar  Parasiliti)

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