Più della metà dei servizi idrici
italiani affidata in gestione a trattativa privata. Nonostante la legge preveda
gare d’appalto pubbliche, tranne che in casi eccezionali. Con il sospetto
che siano state favorite alcune imprese a danno di altre. E con il rischio
concreto che a pagare le conseguenze della dissennata gestione di un bene
primario come l’acqua siano i cittadini. Perché la violazione delle regole
della libera concorrenza si tradurrà in un servizio di qualità inferiore ed a prezzi
più alti.
L’Autorità per la vigilanza sui contratti
pubblici ha recentemente avviato un’istruttoria sugli affidamenti dei servizi
idrici da parte degli Ato (Ambiti territoriali ottimali), consorzi pubblici
costituiti dagli enti locali. L’iniziativa potrebbe sfociare nella revoca degli
affidamenti.
Quello
che è stato scoperto è un aggiramento della legge Galli, che imponeva la
creazione degli Ato e l’apertura al mercato dei servizi idrici, attraverso
l’affidamento del business a società private con gare pubbliche o a società con
capitale misto, nelle quali il partner privato doveva essere individuato
attraverso una gara.
Solo
in casi eccezionali si prevedeva l’affidamento senza gara (“in house”) a
società interamente pubbliche costituite dai Comuni, purchè fossero rispettate due condizioni: un
controllo degli enti locali sulla società analogo a quello esercitato sulle
loro strutture interne e una prevalente attività del soggetto affidatario a
favore degli enti locali stessi.
In barba al carattere di eccezionalità
stabilito dalla legge, su 106 affidamenti 64 sono stati effettuati ”in house”,
senza però rispettare i requisiti previsti dalla legge. In particolare,
in mancanza della “prevalente attività della società affidataria a favore degli
enti che la possiedono”.
Ad
esempio, l’Ato 2 Marche Centro ha affidato il servizio alla Multiservizi Spa, nonostante
società svolga numerose attività che esulano dalla gestione del servizio idrico
integrato per l’Ato stesso, come la fornitura di servizi informatici o la
distribuzione di metano. In questo come anche in altri casi, quindi, non sono
stati rispettati i requisiti posti alla base dell’affidamento “in house”.
Un altro aspetto critico è quello della
gara per la scelta dei gestori privati. Emblematico è il caso dell’Ato Palermo 1.
Per l’affidamento del servizio idrico del capoluogo siciliano è arrivata una
sola offerta, da parte di un raggruppamento temporaneo di nove società,
di cui è capogruppo la Condotta acque potabili di Torino.
Tra
i soggetti che compongono la “cordata” che si è aggiudicata il servizio idrico
si trovano alcune società di grosse dimensioni, che sarebbero state in grado di
partecipare alle gare anche da sole. In questo come in altri casi simili, nasce
il sospetto di accordi tra privati che metterebbero seriamente in dubbio l’effettiva
apertura del mercato alla concorrenza.
Per saperne di più sulla nascita degli Ato e sul movimento anti-privatizzazione "Acqua Bene Comune"...
4 OTTOBRE 2008
Antonio Parasiliti