Cumuli di immondizia, vetri frantumati, scarti di materiali edili, muraglioni in cemento armato ricoperti di graffiti. Sembra di essere in una discarica o nella periferia degradata di una città. Invece, ci troviamo all’ingresso della Riserva naturale dei Laghetti di Marinello, gestita dalla Provincia di Messina, al confine tra i Comuni di Patti e Oliveri.
E’ da qui che gran parte dei visitatori entra nell’area protetta. In particolare nel periodo estivo, quando è quasi impossibile trovare un parcheggio nei pressi dell’accesso principale, quello sul lato spiaggia. Infatti, in mancanza di vere e proprie aree di sosta, la strada, stretta le case e il camping, è sempre intasata dal traffico.
L’ingresso alla riserva sul lato monte, da Coda di Volpe, non è segnalato in alcun modo. Ma, almeno in estate, non è difficile trovarlo, seguendo il flusso delle automobili alla disperata ricerca di un posteggio.
Superati i ponti della ferrovia e dell’autostrada Messina-Palermo, termina il tratto asfaltato. Tra rifiuti di ogni genere. Cartacce, bottiglie e piatti di plastica, gettati dai visitatori. Ma anche vetri frantumati, elettrodomestici abbandonati, batterie di automobili esaurite, materiali edili di scarto, e vecchi sanitari, abbandonati dagli abitanti locali.

Una sbarra di metallo potrebbe far pensare di aver sbagliato strada. Invece, per raggiungere la spiaggia è necessario scavalcare l’ostacolo, peraltro senza alcuna difficoltà.
La mulattiera passa al di sotto della linea ferroviaria e dell’autostrada. I sottopassaggi, tra muraglioni in cemento armato ricoperti di graffiti, non lasciano neanche immaginare che ci si trovi in prossimità di una riserva naturale.
Il percorso continua alle spalle del camping. Soltanto una cancellata separa la strada percorsa dai visitatori dallo spiazzo in cui vengono accumulati, in attesa di essere smaltiti, i rifiuti dell’area attrezzata, che spesso emanano un odore nauseabondo. Finalmente, un cartello di legno segnala l’ingresso nella riserva. Purtroppo, la cartina con i sentieri è stata quasi cancellata dall’usura del tempo e le regole da rispettare nella visita sono pressoché illeggibili.

Basterebbe poco per ripulire l’area, predisporre dei cestini per la spazzatura e una segnaletica adeguata, sistemare il fondo stradale in terra battuta e sostituire il cemento armato con strutture eco-compatibili, in legno e pietra. Così, la riserva di Marinello avrebbe un ingresso degno di un’area naturalistica di eccezionale valore.

Il recupero dell’area sarebbe l’occasione per ripristinare anche il sentiero che, da Coda di Volpe, sale sul colle di Tindari. Tre chilometri in mezzo agli uliveti e alla macchia mediterranea, tra dirupi rocciosi affacciati su panorami sempre mutevoli, sulle dune, i laghetti e le isole Eolie. In un eccezionale binomio arte-natura. Rovinato, però, da sporcizia, degrado e cementificazione.
La mulattiera, che collega Tindari, l’area archeologica greco-romana e il Santuario della Madonna Nera con il mare, attraversando la riserva di Marinello, consentirebbe ai visitatori di spostarsi facilmente a piedi tra le due principali realtà storico-naturalistiche del Comune di Patti. Un percorso perfetto per gli amanti delle passeggiate in mezzo alla natura. Ma anche per i tanti turisti, che alloggiano a Oliveri, Marinello e Tindari, sprovvisti di mezzi di trasporto propri.

La stradina, che molti anni fa veniva utilizzata soprattutto dai Tindaritani per raggiungere la costa e la stazione ferroviaria di Oliveri, giace da tempo in uno stato di totale abbandono. Il punto di partenza del percorso, non segnalato in alcun modo, si trova lungo la strada asfaltata utilizzata come “discarica”, a metà tra i due sottopassaggi dell’autostrada.
Risalendo lungo il fianco del colle, il sentiero è stato inopportunamente “pavimentato” con una colata di cemento e delimitato da un muretto ancora una volta in cemento armato. Con il passare del tempo, nel fondo stradale si sono aperte grandi crepe, dalle quali emergono grosse tubature, che rendono la stradina estremamente accidentata e difficile da percorrere. I paletti di ferro, piantati per sorreggere una rete mai sistemata, sono arrugginiti e contorti. Dall’alto incombono i ruderi di un cementificio in rovina, che deturpano lo splendido panorama. La struttura andrebbe demolita o, in alternativa, recuperata come esempio di archeologia industriale. La mulattiera si conclude alle spalle del Santuario. Anche da questo punto, non esiste alcun cartello che segnali il percorso.

13 SETTEMBRE 2008
Gianmarco Santospirito
(ha collaborato Oscar Parasiliti)