Terrorizzarono per
anni i Nebrodi e il litorale tirrenico del Messinese. Con un’escalation di
violenza tra il 1986 e il 1993. Trentanove omicidi e 45 ferimenti. Una quindicina di casi di “lupara
bianca”: gente rapita, uccisa e fatta scomparire nel nulla. Un uomo assassinato
per un semplice scambio di persona. Estorsioni e danneggiamenti a tappeto, dai
piccoli commercianti alle grandi imprese impegnate nella costruzione del doppio
binario della linea ferroviaria Messina-Palermo. Attentati dinamitardi, da quello
che distrusse la sede della Polizia di Stato di Tortorici, appena inaugurata,
alla bomba piazzata all’ingresso del Museo dei Nebrodi, a Sant’Agata di
Militello, poche ore prima dell’inizio del convegno fondativo dell’Acis,
l’associazione Antiracket locale.

Tortorici. Il 27 febbraio 1992 una bomba Sant'Agata di Militello. Il 16 febbraio 1992 esplose
distrusse la sede della Polizia una bomba all'ingresso del Museo dei Nebrodi
Tra il 1994 e il ’95
presunti boss, affiliati e killer delle cosche mafiose nebroidee e barcellonesi
finirono in carcere, in una maxi-operazione delle forze dell’ordine, con più di
250 arresti.
Finirono alla sbarra nel processo “Mare Nostrum”, iniziato nel 1998 e terminato
nel 2006, con un dibattimento durato otto anni, uno dei più lunghi mai visti in
Italia. A prolungare i tempi, contribuì la difficoltà nel trovare un giudice
disposto a presiedere la Corte d’Assise di Messina, come denunciò il procuratore
capo Luigi Croce davanti agli ispettori ministeriali. Fin quando non fu
applicato un presidente proveniente da Palmi. Alla fine, i magistrati
condannarono in primo grado 133 imputati, a un totale di 1.646 anni di carcere
e 28 ergastoli. Per leggere in aula il dispositivo della sentenza, fu
necessaria più di un’ora e mezza. Per scrivere e depositare le 3.340 pagine di
motivazioni ci volle oltre un anno.

Il Tribunale di Messina. Il primo grado del processo "Mare Nostrum"
è iniziato nel 1998 e si è concluso nel 2006. L'11 novembre 2008
comincia l'Appello. All'inizio del 2007 alcuni dei condannati
sono stati scarcerati.
Un inspiegabile ritardo bloccò per alcuni mesi la
trasmissione degli atti processuali dalla cancelleria alla Corte d’Assise
d’Appello, che avrebbe dovuto fissare la data d’inizio del secondo grado. Tra gennaio e marzo del 2008 furono
superati i termini di durata massima della custodia cautelare per dodici dei
condannati, i quali furono scarcerati. Tra di loro, Vincenzo Galati
Giordano, capo-mafia di Tortorici, condannato all’ergastolo e a sei anni e
dieci mesi di reclusione, accusato del rapimento e dell’uccisione di Luigi
Galati Giordano, fratello del collaboratore di giustizia Orlando. Liberato anche
Giovanni Aspa, presunto killer della mafia barcellonese, condannato a quattro
ergastoli e 28 anni di reclusione. Intanto, è stata finalmente fissata la prima
udienza del processo d’Appello, che si terrà l’undici novembre 2008. Fino ad
allora, gli imputati scarcerati resteranno in libertà, a meno che non vengano
arrestati per altri reati. Mentre altri presunti mafiosi potrebbero lasciare il
carcere, per gli stessi motivi. Il sindacato dei poliziotti Silp-Cgil ha
lanciato l’allarme: “La scarcerazione è un pessimo segnale, per le forze
dell’ordine e per i commercianti, che temono di ritrovarsi davanti pericolosi
estorsori ed ergastolani”. “Se dovessero risultare situazioni di grave pericolo
– ha assicurato il prefetto di Messina, Francesco Alecci - interverremo con
misure di polizia, fino al divieto di soggiorno nei comuni di residenza”.
Nel 1991, Giovanni
Falcone, allora direttore degli Affari Penali del ministero della Giustizia,
dovette fronteggiare una situazione in parte simile. Quarantuno boss condannati
nel maxi-processo furono scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare.
L’ex-magistrato si rese conto della necessità di una risposta immediata, per
impedire che i mafiosi si dessero alla latitanza. Convinse il Guardasigilli
Claudio Martelli a emanare un decreto-legge, con il quale si precisava che nel
computo della durata massima della custodia cautelare (stabilita per i singoli
gradi di giudizio) non si dovesse tenere conto dei giorni in cui si erano
tenute le udienze e di quelli impiegati per la deliberazione della sentenza
(D.L. 1 marzo 1991, n. 60, convertito dalla Legge 22 aprile 1991, n. 133,
d’interpretazione autentica dell’articolo 297, comma 4 del codice di procedura
penale). Il provvedimento fu criticato da più parti e definito un “mandato di
cattura governativo”. In ogni caso, fu il primo segno di un cambio di rotta da
parte nell’azione dello Stato nei confronti di Cosa Nostra.
Giovanni Falcone. Nel 1991, l'allora direttore degli
Affari Penali del ministero della Giustizia mise a punto un
decreto per far rientrare in carcere 41 boss scarcerati per
il superamento dei limiti di durata della custodia cautelare.
Dopo le ultime
scarcerazioni dei presunti boss messinesi, l’allora ministro della Giustizia
Luigi Scotti si è limitato a chiedere informazioni urgenti sulla vicenda al
presidente della Corte d’Appello di Messina, Nicola Fazio, il quale ha spiegato che “purtroppo
i tempi della carcerazione preventiva sono inconciliabili con un processo di
queste dimensioni”. Cosa farà il nuovo Governo Berlusconi e il neo-ministro
della Giustizia Angelino Alfano? Cercherà di riformare la macchina giudiziaria
italiana, per abbreviare i tempi dei processi? Doterà i tribunali di nuovi
mezzi? Proverà a fissare dei termini tassativi entro i quali compiere le
procedure burocratiche e delle sanzioni certe per chi non li rispetta, almeno
nel caso dei processi per reati gravi come quelli di mafia? Garantirà la
protezione dello Stato alle vittime della criminalità organizzata, ai loro
familiari, a chi ha il coraggio di denunciare o di testimoniare? Oppure lascerà
tutto invariato, trasmettendo ai mafiosi un inequivocabile, anche se
inconsapevole, messaggio di impunità? La questione della sicurezza, che il
Governo sostiene di considerare una priorità, è limitata agli atti illegali in
cui sono coinvolti cittadini immigrati, o comprende anche le azioni di stampo
mafioso?
La linea ferroviaria a doppio binario Messina-Palermo.
I lavori sono iniziati nel 1984. Nel 2006 è stata completata
la tratta fino a Patti. Le imprese costruttrici subirono
intimidazioni, danneggiamenti e incendi dolosi.
Le recenti
scarcerazioni rischiano di annullare i risultati del primo e unico
“maxi-processo” contro le cosche della provincia di Messina. “Mare Nostrum” fece luce sulla
guerra di mafia che insanguinò la zona tra gli anni Ottanta e Novanta. A
partire da quando Giuseppe “Pino” Chiofalo, boss emergente di Terme Vigliatore,
sfidò i vecchi “padrini” di Barcellona Pozzo di Gotto, alleati del clan
catanese di Nitto Santapaola. Nel 1986 fu ucciso il capo-mafia locale Francesco
Rugolo e il comando della famiglia passò nelle mani del suocero, Giuseppe
“Pino” Gullotti. Nella sua lotta per la supremazia, Chiofalo si alleò con il
clan dei Bontempo Scavo, a loro volta in guerra con i rivali Galati Giordano
per il controllo dell’area di Tortorici.
Barcellona Pozzo di Gotto. Dal 1986 al 1993, la guerra di
mafia tra clan barcellonesi e tortoriciani fece 39 morti e 45 feriti.
Il processo
rappresentò un grande successo per un nuovo movimento, che comparve sulla scena
nel 1991 e che avrebbe raggiunto presto una dimensione nazionale, quello
Antiracket. Per
la prima volta nella storia dei Nebrodi, le vittime del pizzo si rifiutarono di
pagare e denunciarono i loro estorsori. A guidare la rivolta fu Tano Grasso,
fondatore dell’Acio, associazione dei commercianti e imprenditori di Capo
d’Orlando. Ma in poco tempo nacquero organizzazioni simili nei centri vicini,
come l’Acis di Sant’Agata di Militello, l’Acib di Brolo e l’Aciap di Patti, che
si costituirono parte civile nel processo, accanto al Ministero dell’Interno,
alla Presidenza del Consiglio, ai Comuni di Barcellona, Capo d’Orlando e Patti,
all’imprenditore santagatese Calogero Cordici e a Giuseppe Lombardo Facciale,
fratello di Biagio, ucciso a Rocca di Caprileone il 7 maggio 1991, per un
errore di persona. Determinante per la ricostruzione dei fatti fu la
collaborazione dei “pentiti”, come Orlando Galati Giordano e lo stesso Pino
Chiofalo. I capi dei vari clan furono riconosciuti tutti colpevoli in primo
grado di svariati reati, dall’associazione per delinquere di stampo mafioso
all’omicidio, dall’estorsione al danneggiamento, dalla minaccia alla detenzione
abusiva di armi ed esplosivi. Chiofalo fu condannato a 120 anni. I tortoriciani
Cesare Bontempo Scavo e Vincenzo Galati Giordano e il barcellonese Giuseppe
Gullotti, già in carcere in quanto mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, eseguito l’otto gennaio 1993, furono condannati all’ergastolo. La prima
udienza del processo d’appello si terrà a Messina l’undici novembre prossimo.
Sono già stati condannati anche in secondo grado, invece, undici imputati che
avevano optato per il giudizio abbreviato, tra i quali il collaboratore di
giustizia Orlando Galati Giordano, cui sono toccati vent’anni di reclusione.


Capo d'Orlando. Il 7 dicembre 1990 nasce la Rocca di Caprileone. Il 7 maggio 1991
prima Associazione Antiracket d'Italia. viene ucciso, per uno scambio di
persona, Biagio Lombardo Facciale.
30 MAGGIO 2008
Gianmarco Santospirito
(ha collaborato Oscar Parasiliti)