Wednesday, September 08, 2010   
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Notizie » Così muoiono i laghetti di Marinello  
Così muoiono i laghetti di Marinello Minimize

I laghi di Marinello rischiano di scomparire per sempre. I cordoni e le dune di sabbia che li separano dal mare si assottigliano a vista d’occhio. Per lunghi periodi, il livello dell’acqua cala e la superficie si riduce. E’ in gioco la sopravvivenza di una delle ultime aree umide della Sicilia, un ecosistema unico, che racchiude specchi d’acqua dolce, salmastra e salata. La flora e la fauna tipiche delle dune coesistono con quelle lacustri, palustri, rupestri e con la macchia mediterranea. In un’area di soli 400 ettari convivono 57 specie vegetali diverse, alcune delle quali crescono solo in questa zona. Il particolare habitat naturale è un luogo ideale di sosta per gli uccelli migratori, lungo le rotte tra l’Europa e l’Africa. Gli stagni sono popolati da pesci rari e molluschi in via d’estinzione.


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La laguna di Marinello, nel territorio del Comune di Patti, potrebbe essere la prossima vittima della devastazione dell’ambiente, della cementificazione del territorio, dello sfruttamento intensivo delle coste. Ma anche la testimonianza più evidente dei cambiamenti climatici prodotti dall’inquinamento a livello globale. Di fronte a queste minacce, a nulla servirebbero i vincoli di protezione cui è sottoposta l’area, che è stata inserita dall’Unione Europea tra i Siti d’interesse comunitario e, dal 1993, è una Riserva naturale orientata regionale, affidata in gestione alla Provincia di Messina.


Le lingue di sabbia si formarono, probabilmente, alla fine del XIX secolo, per un abbondante accumulo lungo la costa di detriti, trasportati dalle correnti marine provenienti da ovest, in particolare dalla foce del torrente Timeto. Come spiega il geologo Palmiro Mannino, autore di vari studi e impegnato in costanti monitoraggi su Marinello, “la laguna è un ambiente di transizione, instabile e in continua evoluzione”. “Nel corso degli anni – aggiunge Mannino - ha cambiato più volte forme e dimensioni, fino a raggiungere la massima estensione alla fine degli anni Settanta: da allora, l’erosione è stata costante”. Fino a una decina di anni fa, la spiaggia proseguiva, a nord del lago Verde, fino alla Rocca Bianca, all’estremità di capo Tindari. Ora, invece, l’ultimo tratto del litorale è stato spazzato via quasi completamente. Tanto che non è più raggiungibile da terra il sentiero “Antigone”, l’unico che consentiva di risalire sul colle di Tindari, passando per il più bel punto panoramico sulla laguna, e di accedere alla grotta della fata Donna Villa, ricca di stalattiti e stalagmiti. I boschetti di tamerici, che fino a poco tempo erano caratteristici di questo tratto di costa, sono stati distrutti dal mare, come dimostrano i rami scheletrici e i tronchi sradicati che giacciono sulla sabbia ad alcune centinaia di metri di distanza. Mannino ritiene che “questo tratto di spiaggia scomparirà completamente in poco tempo e la battigia si collocherà sotto la roccia: a quel punto, tutta la laguna si troverà in serio pericolo”. Ormai, infatti, meno di cinquanta metri di sabbia separano l’ultimo stagno dal mare: non è facile prevedere per quanto tempo riusciranno a proteggere i laghetti dalle mareggiate.
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La principale causa di questa evoluzione è, secondo Mannino, “il diminuito apporto di materiali da parte del Timeto, provocato, a sua volta, dai massicci prelievi dal torrente di sabbia e ghiaia, utilizzate nell’edilizia, e dalla cementificazione dell’alveo e degli argini del torrente”. Anche Giovanni Randazzo, professore di Geologia ambientale all’Università di Messina, sostiene che “l’erosione della lingua sabbiosa dipende dalla quantità di sedimenti che entrano ed escono dal sistema sotto l'azione del moto ondoso”: i primi non riescono più a compensare i secondi. 

La situazione si è aggravata circa venti anni fa, quando, per proteggere il centro abitato di Mongiove dalle mareggiate, che avevano eroso quasi tutta la spiaggia, fu collocata lungo la costa una serie di scogliere artificiali, con blocchi in cemento armato. Apparentemente, i risultati furono positivi. La spiaggia si allargò nuovamente e le case furono messe al sicuro. Ma non si era fatto altro che spostare l’erosione verso est. I blocchi di Mongiove, infatti, posti tra il Timeto e Marinello, intercettarono gran parte della sabbia proveniente dal fiume, impedendole di arrivare fino alla laguna.

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In realtà, il drammatico problema dell’erosione ha cause molto più ampie. Da una parte, i cambiamenti climatici, il surriscaldamento, l’innalzamento del livello del mare e il mutare delle correnti. Dall’altro, la pessima gestione dell’intera costa settentrionale siciliana, a partire dagli anni Settanta. Una cementificazione selvaggia, senza regole, limiti, né controlli a tutela dell’ambiente. Le dune costiere furono distrutte, per rendere le spiagge più accessibili, per realizzare strutture balneari, villaggi  turistici, ville e villette, strade litoranee e parcheggi. Così, si perse, irrimediabilmente, una preziosa riserva di depositi di sabbia, capace di alimentare e ricostituire le spiagge, oltre che una naturale barriera di difesa dell’entroterra.  Ma, soprattutto, fu realizzato un numero eccessivo di porti, porticcioli turistici e pontili: in mancanza di programmazione e coordinamento tra gli enti locali, ogni Comune pensò di costruire il proprio. Il risultato fu il proliferare di attracchi, nessuno dei quali, tra l’altro, dotato di infrastrutture e servizi adeguati (come rifornimenti di carburante, acqua ed elettricità per le imbarcazioni). Il delicato equilibrio ambientale della costa fu stravolto. I detriti, provenienti dai torrenti e trasportati dalle correnti marine, incontrarono l’ostacolo delle banchine in cemento. Con un duplice risultato: l’accumulo di sabbia ai margini dei porti e la riduzione dell’apporto di sedimenti alle spiagge, che si assottigliarono sempre di più, sotto la forza erosiva del mare.

Di fronte al pericolo che il mare travolgesse tutte le opere umane costruite lungo le coste, gli enti locali furono costretti a uscire dall’abituale inerzia e a prendere provvedimenti d’emergenza. Quando il litorale veniva colpito dall’erosione, si realizzavano scogliere artificiali di protezione. Nel giro di pochi anni, la spiaggia si allargava nuovamente. Ma era un successo effimero. I blocchi trattenevano la sabbia, ma, allo stesso tempo, la sottraevano alle altre spiagge. E, così, l’erosione veniva semplicemente spostata verso est. Una sorta di scaricabarile tra i vari Comuni, un circolo vizioso senza via d’uscita. Mongiove, quindi, non fu che l’ultimo (fino a quel momento) anello di una lunga catena, che iniziava a centinaia di chilometri di distanza. Quando il mare minacciò di travolgere le case della piccola frazione di Patti, sembrò naturale ricorrere all’unica soluzione a portata di mano: la scogliera artificiale. Le conseguenze erano prevedibili. L’erosione si spostò ancora più verso oriente, attaccando la spiaggia di Valle e, successivamente, quella di Marinello.

Ma i danni della cementificazione del territorio non finirono qui. L’alveo delle fiumare, infatti, fu trasformato in una sorta di cava, dalla quale prelevare in maniera indiscriminata la sabbia e la ghiaia necessarie per le attività edilizie. Si perse, così, una delle tradizionali fonti di alimentazione delle spiagge: i detriti portati a mare dai torrenti. Le amministrazioni locali si guardarono bene dal porre limiti e controlli alle estrazioni. Al contrario, contribuirono a peggiorare le cose con una serie di interventi scriteriati, giustificati da una presunta necessità di regolare i fiumi per motivi di sicurezza. La cementificazione del letto dei torrenti riduceva la quantità di materiali solidi che l’acqua incontrava lungo il proprio corso e trasportava a mare. Mentre il resto dei detriti finivano, in gran parte, bloccati dalle briglie e dagli altri sbarramenti fluviali in cemento armato. La diminuzione della portata d’acqua e il semi-prosciugamento di molti torrenti, provocati dal surriscaldamento del clima, aggravarono la situazione.


I danni provocati dalla cementificazione sregolata delle coste sono sotto gli occhi di tutti. Eppure, non c’è traccia di alcuna volontà politica di rimediare agli errori del passato, di invertire il corso degli eventi. Nuove minacce compaiono all’orizzonte. Il Comune di Patti sta progettando un porto alla foce del Timeto. Se venisse realizzato, aumenterebbe necessariamente l’erosione di tutto il tratto di costa a est del corso d’acqua. “Nel giro di sei o sette anni – prevede il geologo Palmiro Mannino – le maree potrebbero, ancora una volta, mettere in pericolo il centro abitato di Mongiove e sarebbero necessarie nuove scogliere artificiali, che a loro volta sposterebbero l’erosione sempre più verso Valle e Marinello”.

Finora non è stato realizzato né ideato alcun intervento per proteggere i laghetti di Marinello. In linea astratta e generale, i possibili rimedi all’erosione sarebbero di tre tipi. Si potrebbero bloccare tutte le attività estrattive lungo il Timeto, controllando che il divieto venga effettivamente rispettato. E, allo stesso tempo, rimuovere dal torrente le opere in cemento, aumentandone l’apporto di sabbia e ghiaia al mare. Ma l’intervento sarebbe necessariamente limitato e risulterebbe irrealizzabile in alcuni tratti, ad esempio all’altezza della nuova linea ferroviaria a doppio binario, che attraversa il torrente su piloni poggiati proprio su una piattaforma in cemento armato.


La seconda soluzione consiste nelle cosiddette “difese rigide”, ovvero le scogliere artificiali lungo la costa: da quelle tradizionali, emerse, alle più innovative, quelle sommerse, che hanno un minore impatto estetico. In entrambi i casi, gli inconvenienti sarebbero innumerevoli. Si altererebbe un ambiente, come quello di Marinello, tutelato dai vincoli di una riserva naturale. E, soprattutto, si limiterebbe l’erosione in un tratto della costa, per farla aumentare in un altro. Come spiega il geologo Palmiro Mannino, “se, ad esempio, venisse realizzata una difesa rigida a protezione del tratto di costa più in pericolo, quello nord-occidentale, all’altezza della Rocca Bianca, scomparirebbe subito il grande cordone sabbioso che chiude l’insenatura di Marinello e che, finora, ha protetto l’intera laguna”. “Il mare – secondo Mannino - risucchierebbe tutte le distese di sabbia verso sud-est, invaderebbe anche l’area occupata dal camping e minaccerebbe sempre di più i centri abitati di Oliveri e Falcone, nei quali molte case sono già al di sotto del livello del mare”.


L’ultima opzione è quella delle “difese morbide”, il “ripascimento” naturale delle spiagge, ovvero la loro ricostituzione con sabbia importata da altri luoghi. Una soluzione che avrebbe un bassissimo impatto ambientale. Ma, per valutarne la fattibilità e la convenienza, si dovrebbe studiare attentamente la forza dell’erosione, per evitare che la sabbia appena depositata venga riportata via dal mare in poco tempo. Con il rischio di effettuare un notevole investimento economico dagli scarsi effetti pratici. E di dover ripetere il ripascimento in continuazione.

Il professor Giovanni Randazzo sostiene che “è necessaria una politica di interventi di vario tipo, ispirata alla filosofia della ‘Gestione integrata delle aree costiere’, con la rimozione delle briglie lungo il Timeto e la sostituzione delle opere ‘rigide’, presenti lungo la costa tra Capo d'Orlando e capo Tindari, con opere ‘morbide’”. “Sarebbe impensabile - spiega Randazzo – intervenire a difesa della lingua di sabbia con difese “rigide”, che di fatto destabilizzerebbero l'equilibrio dinamico dell'intero sistema costiero di Marinello”.


Secondo il dottor Mannino, “servono interventi a monte, che puntino a una gestione delle coste diversa da quella degli ultimi anni, che sia basata sul rispetto della legge e dell’ambiente, con azioni programmate e coordinate tra i vari enti locali”. Politici e amministratori, comunque, non hanno proposto interventi di alcun tipo, né provvisori ed emergenziali, né ad ampio raggio e lunga scadenza. Non lo ha fatto il Comune, né la Provincia, cui è affidata la gestione della riserva naturale, né la Regione, né il Governo. Finora, sembra sia stata scelta la strada del silenzio e dell’indifferenza. Intanto, il mare continua ad avanzare e a divorare altri metri di spiaggia.

Ma non è solo l’erosione marina a minacciare la sopravvivenza della laguna di Marinello. In alcuni laghetti, infatti, il livello dell’acqua tende ad abbassarsi e la superficie a ridursi. Gli stagni si formarono più di un secolo fa, come residui delle mareggiate che invasero le distese di sabbia e, gradualmente, si ritirarono. Il livello dell’acqua dipende dalle condizioni meteorologiche, in particolare dalle  maree, dalle precipitazioni, dall’evaporazione e, quindi, dalle temperature. Il mutare della loro forma e dimensione è un fenomeno che si è sempre verificato, anche nell’arco di brevi intervalli di tempo. Ma, oggi, il surriscaldamento climatico e la scarsità delle piogge potrebbero aver iniziato ad alterare gli equilibri naturali.


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I due laghetti di più recente formazione, uno dei quali era stato denominato lago Nuovo, all’estremità nord-orientale della laguna, sono già scomparsi del tutto da una decina di anni. I laghi Marinello, Porto Vecchio, Fondo Porto e Mergolo (o della Tonnara), con acqua per la maggior parte salata, hanno subito solo lievi perdite. Mentre il lago Verde, quello in cui prevale l’acqua dolce, appare spesso semi-prosciugato, per circa due terzi della superficie. Si tratta di un fenomeno in parte normale. Questo laghetto è composto, infatti, da un settore più profondo e da uno in cui l’acqua si mantiene sempre a un livello basso e, nei periodi più secchi, si ritrae del tutto. Fino adesso, il prosciugamento era l’eccezione. Ora, invece, sta diventando sempre di più la normalità, anche nel periodo invernale, tranne che in occasione di abbondanti piogge.


Se i laghetti di Marinello scomparissero, non si perderebbe soltanto un luogo dall’eccezionale valore paesaggistico, che finora ha reso inconfondibile il golfo di Patti, ma anche un ricchissimo patrimonio di flora e fauna. La vegetazione delle dune sabbiose, con specie capaci di resistere in condizioni ecologiche estreme, con temperature estive al suolo fino a 60 gradi centigradi. La prateria steppica mediterranea, lungo l’arenile ai piedi delle rupi, con il cardo-pallottola vischioso, presente solo a Marinello e capo Milazzo e in via d’estinzione. La vegetazione lacustre e palustre, che affonda le radici direttamente nell’acqua, con due rare piante, il fieno di mare e la halophila stipulacela, originaria del Mar Rosso. La fauna che popola i laghetti, dalla buenia affinis, un pesciolino di elevata importanza scientifica, alla vongoletta locale, ormai in via d’estinzione.


La scomparsa della laguna significherebbe, inoltre, il venir meno di un luogo ideale per tantissime specie di uccelli, che qui trovano rifugio e cibo in abbondanza, da quelli stanziali a quelli migratori, che percorrono le rotte tra l’Europa e l’Africa e, in particolare, per quelli che nidificano tra i canneti che circondano i laghetti. Rischia così di perdersi quella ricchissima varietà di specie e ambienti che ha convinto l’Unione Europea a inserire l’area di Marinello tra i Siti d'Interesse Comunitario (Sic), meritevoli di particolare protezione, per l’alto valore degli “habitat naturali e seminaturali, della flora e della fauna selvatiche”.


Pattiweb aveva denunciato, già alcuni mesi fa, lo stato di degrado in cui si trova la riserva di Marinello, nell'ambito del Dossier Spiagge 2007



15 MARZO 2008


Gianmarco Santospirito

(ha collaborato Oscar Parasiliti)




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