I laghi di Marinello rischiano di scomparire per
sempre. I cordoni e le dune di sabbia che li separano dal mare si assottigliano
a vista d’occhio. Per lunghi periodi, il livello dell’acqua cala e la
superficie si riduce. E’ in gioco la sopravvivenza di una delle ultime aree
umide della Sicilia, un ecosistema unico, che racchiude specchi d’acqua dolce,
salmastra e salata. La flora e la fauna tipiche delle dune coesistono con
quelle lacustri, palustri, rupestri e con la macchia mediterranea. In un’area di
soli 400 ettari convivono 57 specie vegetali diverse, alcune delle quali
crescono solo in questa zona. Il particolare habitat naturale è un luogo ideale
di sosta per gli uccelli migratori, lungo le rotte tra l’Europa e l’Africa. Gli
stagni sono popolati da pesci rari e molluschi in via d’estinzione.

La laguna di Marinello, nel territorio del Comune di
Patti, potrebbe essere la prossima vittima della devastazione dell’ambiente,
della cementificazione del territorio, dello sfruttamento intensivo delle coste.
Ma anche la testimonianza più evidente dei cambiamenti climatici prodotti
dall’inquinamento a livello globale. Di fronte a queste minacce, a nulla
servirebbero i vincoli di protezione cui è sottoposta l’area, che è stata
inserita dall’Unione Europea tra i Siti d’interesse comunitario e, dal 1993, è
una Riserva naturale orientata regionale, affidata in gestione alla Provincia
di Messina.
Le lingue di sabbia si formarono, probabilmente, alla fine
del XIX secolo, per un abbondante accumulo lungo la costa di detriti,
trasportati dalle correnti marine provenienti da ovest, in particolare dalla
foce del torrente Timeto. Come spiega il geologo Palmiro Mannino, autore di
vari studi e impegnato in costanti monitoraggi su Marinello, “la laguna è un
ambiente di transizione, instabile e in continua evoluzione”. “Nel corso degli
anni – aggiunge Mannino - ha cambiato più volte forme e dimensioni, fino a
raggiungere la massima estensione alla fine degli anni Settanta: da allora,
l’erosione è stata costante”. Fino a una decina di anni fa, la spiaggia
proseguiva, a nord del lago Verde, fino alla Rocca Bianca, all’estremità di
capo Tindari. Ora, invece, l’ultimo tratto del litorale è stato spazzato via
quasi completamente. Tanto che non è più raggiungibile da terra il sentiero
“Antigone”, l’unico che consentiva di risalire sul colle di Tindari, passando
per il più bel punto panoramico sulla laguna, e di accedere alla grotta della
fata Donna Villa, ricca di stalattiti e stalagmiti. I boschetti di tamerici,
che fino a poco tempo erano caratteristici di questo tratto di costa, sono
stati distrutti dal mare, come dimostrano i rami scheletrici e i tronchi
sradicati che giacciono sulla sabbia ad alcune centinaia di metri di distanza.
Mannino ritiene che “questo tratto di spiaggia scomparirà completamente in poco
tempo e la battigia si collocherà sotto la roccia: a quel punto, tutta la
laguna si troverà in serio pericolo”. Ormai, infatti, meno di cinquanta metri
di sabbia separano l’ultimo stagno dal mare: non è facile prevedere per quanto
tempo riusciranno a proteggere i laghetti dalle mareggiate.
La principale causa di questa evoluzione è, secondo
Mannino, “il diminuito apporto di materiali da parte del Timeto, provocato, a
sua volta, dai massicci prelievi dal torrente di sabbia e ghiaia, utilizzate
nell’edilizia, e dalla cementificazione dell’alveo e degli argini del
torrente”. Anche Giovanni Randazzo, professore di Geologia ambientale
all’Università di Messina, sostiene che “l’erosione della lingua sabbiosa
dipende dalla quantità di sedimenti che entrano ed escono dal sistema sotto
l'azione del moto ondoso”: i primi non riescono più a compensare i
secondi.
La situazione si è aggravata circa venti anni fa, quando,
per proteggere il centro abitato di Mongiove dalle mareggiate, che avevano
eroso quasi tutta la spiaggia, fu collocata lungo la costa una serie di
scogliere artificiali, con blocchi in cemento armato. Apparentemente, i
risultati furono positivi. La spiaggia si allargò nuovamente e le case furono
messe al sicuro. Ma non si era fatto altro che spostare l’erosione verso est. I
blocchi di Mongiove, infatti, posti tra il Timeto e Marinello, intercettarono
gran parte della sabbia proveniente dal fiume, impedendole di arrivare fino
alla laguna.
In realtà, il drammatico problema dell’erosione ha cause
molto più ampie. Da una parte, i cambiamenti climatici, il surriscaldamento,
l’innalzamento del livello del mare e il mutare delle correnti. Dall’altro, la
pessima gestione dell’intera costa settentrionale siciliana, a partire dagli
anni Settanta. Una cementificazione selvaggia, senza regole, limiti, né
controlli a tutela dell’ambiente. Le dune costiere furono distrutte, per
rendere le spiagge più accessibili, per realizzare strutture balneari, villaggi turistici, ville e villette, strade
litoranee e parcheggi. Così, si perse, irrimediabilmente, una preziosa riserva
di depositi di sabbia, capace di alimentare e ricostituire le spiagge, oltre
che una naturale barriera di difesa dell’entroterra. Ma, soprattutto, fu realizzato un numero eccessivo di porti,
porticcioli turistici e pontili: in mancanza di programmazione e coordinamento
tra gli enti locali, ogni Comune pensò di costruire il proprio. Il risultato fu
il proliferare di attracchi, nessuno dei quali, tra l’altro, dotato di infrastrutture
e servizi adeguati (come rifornimenti di carburante, acqua ed elettricità per
le imbarcazioni). Il delicato equilibrio ambientale della costa fu stravolto. I
detriti, provenienti dai torrenti e trasportati dalle correnti marine,
incontrarono l’ostacolo delle banchine in cemento. Con un duplice risultato:
l’accumulo di sabbia ai margini dei porti e la riduzione dell’apporto di
sedimenti alle spiagge, che si assottigliarono sempre di più, sotto la forza
erosiva del mare.
Di fronte al pericolo che il mare travolgesse tutte le
opere umane costruite lungo le coste, gli enti locali furono costretti a uscire
dall’abituale inerzia e a prendere provvedimenti d’emergenza. Quando il
litorale veniva colpito dall’erosione, si realizzavano scogliere artificiali di
protezione. Nel giro di pochi anni, la spiaggia si allargava nuovamente. Ma era
un successo effimero. I blocchi trattenevano la sabbia, ma, allo stesso tempo,
la sottraevano alle altre spiagge. E, così, l’erosione veniva semplicemente
spostata verso est. Una sorta di scaricabarile tra i vari Comuni, un circolo
vizioso senza via d’uscita. Mongiove, quindi, non fu che l’ultimo (fino a quel
momento) anello di una lunga catena, che iniziava a centinaia di chilometri di
distanza. Quando il mare minacciò di travolgere le case della piccola frazione
di Patti, sembrò naturale ricorrere all’unica soluzione a portata di mano: la
scogliera artificiale. Le conseguenze erano prevedibili. L’erosione si spostò
ancora più verso oriente, attaccando la spiaggia di Valle e, successivamente,
quella di Marinello.
Ma i danni della cementificazione del territorio non
finirono qui. L’alveo delle fiumare, infatti, fu trasformato in una sorta di
cava, dalla quale prelevare in maniera indiscriminata la sabbia e la ghiaia
necessarie per le attività edilizie. Si perse, così, una delle tradizionali
fonti di alimentazione delle spiagge: i detriti portati a mare dai torrenti. Le
amministrazioni locali si guardarono bene dal porre limiti e controlli alle
estrazioni. Al contrario, contribuirono a peggiorare le cose con una serie di
interventi scriteriati, giustificati da una presunta necessità di regolare i
fiumi per motivi di sicurezza. La cementificazione del letto dei torrenti
riduceva la quantità di materiali solidi che l’acqua incontrava lungo il
proprio corso e trasportava a mare. Mentre il resto dei detriti finivano, in
gran parte, bloccati dalle briglie e dagli altri sbarramenti fluviali in
cemento armato. La diminuzione della portata d’acqua e il semi-prosciugamento
di molti torrenti, provocati dal surriscaldamento del clima, aggravarono la
situazione.
I danni provocati dalla cementificazione sregolata delle
coste sono sotto gli occhi di tutti. Eppure, non c’è traccia di alcuna volontà
politica di rimediare agli errori del passato, di invertire il corso degli
eventi. Nuove minacce compaiono all’orizzonte. Il Comune di Patti sta
progettando un porto alla foce del Timeto. Se venisse realizzato, aumenterebbe
necessariamente l’erosione di tutto il tratto di costa a est del corso d’acqua.
“Nel giro di sei o sette anni – prevede il geologo Palmiro Mannino – le maree
potrebbero, ancora una volta, mettere in pericolo il centro abitato di Mongiove
e sarebbero necessarie nuove scogliere artificiali, che a loro volta
sposterebbero l’erosione sempre più verso Valle e Marinello”.
Finora non è stato realizzato né ideato alcun intervento
per proteggere i laghetti di Marinello. In linea astratta e generale, i
possibili rimedi all’erosione sarebbero di tre tipi. Si potrebbero bloccare
tutte le attività estrattive lungo il Timeto, controllando che il divieto venga
effettivamente rispettato. E, allo stesso tempo, rimuovere dal torrente le
opere in cemento, aumentandone l’apporto di sabbia e ghiaia al mare. Ma
l’intervento sarebbe necessariamente limitato e risulterebbe irrealizzabile in
alcuni tratti, ad esempio all’altezza della nuova linea ferroviaria a doppio
binario, che attraversa il torrente su piloni poggiati proprio su una
piattaforma in cemento armato.
La seconda soluzione consiste nelle cosiddette “difese
rigide”, ovvero le scogliere artificiali lungo la costa: da quelle
tradizionali, emerse, alle più innovative, quelle sommerse, che hanno un minore
impatto estetico. In entrambi i casi, gli inconvenienti sarebbero innumerevoli.
Si altererebbe un ambiente, come quello di Marinello, tutelato dai vincoli di
una riserva naturale. E, soprattutto, si limiterebbe l’erosione in un tratto
della costa, per farla aumentare in un altro. Come spiega il geologo Palmiro
Mannino, “se, ad esempio, venisse realizzata una difesa rigida a protezione del
tratto di costa più in pericolo, quello nord-occidentale, all’altezza della
Rocca Bianca, scomparirebbe subito il grande cordone sabbioso che chiude
l’insenatura di Marinello e che, finora, ha protetto l’intera laguna”. “Il mare
– secondo Mannino - risucchierebbe tutte le distese di sabbia verso sud-est,
invaderebbe anche l’area occupata dal camping e minaccerebbe sempre di più i
centri abitati di Oliveri e Falcone, nei quali molte case sono già al di sotto
del livello del mare”.
L’ultima opzione è quella delle “difese morbide”, il
“ripascimento” naturale delle spiagge, ovvero la loro ricostituzione con sabbia
importata da altri luoghi. Una soluzione che avrebbe un bassissimo impatto
ambientale. Ma, per valutarne la fattibilità e la convenienza, si dovrebbe
studiare attentamente la forza dell’erosione, per evitare che la sabbia appena
depositata venga riportata via dal mare in poco tempo. Con il rischio di
effettuare un notevole investimento economico dagli scarsi effetti pratici. E
di dover ripetere il ripascimento in continuazione.
Il professor Giovanni Randazzo sostiene che “è necessaria
una politica di interventi di vario tipo, ispirata alla filosofia della
‘Gestione integrata delle aree costiere’, con la rimozione delle briglie lungo
il Timeto e la sostituzione delle opere ‘rigide’, presenti lungo la costa tra
Capo d'Orlando e capo Tindari, con opere ‘morbide’”. “Sarebbe impensabile -
spiega Randazzo – intervenire a difesa della lingua di sabbia con difese “rigide”,
che di fatto destabilizzerebbero l'equilibrio dinamico dell'intero sistema
costiero di Marinello”.
Secondo il dottor Mannino, “servono interventi a monte,
che puntino a una gestione delle coste diversa da quella degli ultimi anni, che
sia basata sul rispetto della legge e dell’ambiente, con azioni programmate e
coordinate tra i vari enti locali”. Politici e amministratori, comunque, non
hanno proposto interventi di alcun tipo, né provvisori ed emergenziali, né ad
ampio raggio e lunga scadenza. Non lo ha fatto il Comune, né la Provincia, cui
è affidata la gestione della riserva naturale, né la Regione, né il Governo.
Finora, sembra sia stata scelta la strada del silenzio e dell’indifferenza.
Intanto, il mare continua ad avanzare e a divorare altri metri di spiaggia.
Ma non è solo l’erosione marina a minacciare la
sopravvivenza della laguna di Marinello. In alcuni laghetti, infatti, il
livello dell’acqua tende ad abbassarsi e la superficie a ridursi. Gli stagni si
formarono più di un secolo fa, come residui delle mareggiate che invasero le
distese di sabbia e, gradualmente, si ritirarono. Il livello dell’acqua dipende
dalle condizioni meteorologiche, in particolare dalle maree, dalle precipitazioni, dall’evaporazione e, quindi, dalle
temperature. Il mutare della loro forma e dimensione è un fenomeno che si è
sempre verificato, anche nell’arco di brevi intervalli di tempo. Ma, oggi, il
surriscaldamento climatico e la scarsità delle piogge potrebbero aver iniziato
ad alterare gli equilibri naturali.

I due laghetti di più recente formazione, uno dei quali
era stato denominato lago Nuovo, all’estremità nord-orientale della laguna,
sono già scomparsi del tutto da una decina di anni. I laghi Marinello, Porto
Vecchio, Fondo Porto e Mergolo (o della Tonnara), con acqua per la maggior
parte salata, hanno subito solo lievi perdite. Mentre il lago Verde, quello in
cui prevale l’acqua dolce, appare spesso semi-prosciugato, per circa due terzi
della superficie. Si tratta di un fenomeno in parte normale. Questo laghetto è
composto, infatti, da un settore più profondo e da uno in cui l’acqua si
mantiene sempre a un livello basso e, nei periodi più secchi, si ritrae del
tutto. Fino adesso, il prosciugamento era l’eccezione. Ora, invece, sta
diventando sempre di più la normalità, anche nel periodo invernale, tranne che
in occasione di abbondanti piogge.
Se i laghetti di Marinello scomparissero, non si
perderebbe soltanto un luogo dall’eccezionale valore paesaggistico, che finora
ha reso inconfondibile il golfo di Patti, ma anche un ricchissimo patrimonio di
flora e fauna. La vegetazione delle dune sabbiose, con specie capaci di
resistere in condizioni ecologiche estreme, con temperature estive al suolo
fino a 60 gradi centigradi. La prateria steppica
mediterranea, lungo l’arenile ai piedi delle rupi, con il cardo-pallottola
vischioso, presente solo a Marinello e capo Milazzo e in via d’estinzione. La
vegetazione lacustre e palustre, che affonda le radici direttamente nell’acqua,
con due rare piante, il fieno di mare e la halophila stipulacela, originaria
del Mar Rosso. La fauna che popola i laghetti, dalla buenia affinis, un
pesciolino di elevata importanza scientifica, alla vongoletta locale, ormai in
via d’estinzione.
La scomparsa della laguna significherebbe,
inoltre, il venir meno di un luogo ideale per tantissime specie di uccelli, che
qui trovano rifugio e cibo in abbondanza, da quelli stanziali a quelli
migratori, che percorrono le rotte tra l’Europa e l’Africa e, in particolare,
per quelli che nidificano tra i canneti che circondano i laghetti. Rischia così
di perdersi quella ricchissima varietà di specie e ambienti che ha convinto
l’Unione Europea a inserire l’area di Marinello tra i Siti d'Interesse
Comunitario (Sic), meritevoli di particolare protezione, per l’alto valore
degli “habitat naturali e seminaturali, della flora e della fauna selvatiche”.
Pattiweb aveva denunciato, già alcuni mesi fa, lo stato di degrado in cui si trova la riserva di Marinello, nell'ambito del Dossier Spiagge 2007
15 MARZO 2008
Gianmarco Santospirito
(ha collaborato Oscar Parasiliti)